seganala ad un amico stampa l'articolo

La fisioterapia come riabilitazione domiciliare

La fisioterapia come riabilitazione domiciliare

Articolo tratto dal libro La mano che cura - conversazione con Romualdo Carini - «Oggi comincio con Giuseppe: ha 72 anni e una forma di sclerosi multipla. Poi vado da Sergio, che 15 anni fa ha avuto un infarto mentre lavorava in una cella frigorifera, e da Virginio che a 60 anni ha avuto un ictus ed è diventato emiplegico. Finisco con Germana, una signora di 85 anni, che una decina di anni fa ha avuto anche lei un ictus, poi è caduta due volte e si è fratturata entrambi i femori. Ma siccome non è stata operata bene, la gamba destra le si è bloccata in flessione completa a causa di una micidiale retrazione dei tendini». Romualdo Carini fa una pausa. «Anche da Gianni vado due volte la settimana, ormai da 25 anni. Gianni è del 1960: ha appena compiuto 50 anni. Ne aveva 18 quando una mattina, mentre era fermo in viale Ungheria davanti a casa, seduto sul motorino, un pirata della strada lo ha investito, fratturandogli un femore e una vertebra cervicale. Da allora può fare solo movimenti limitati con la testa: sono 32 anni che è in queste condizioni. Io lo mobilizzo dalle orecchie fino alla punta dei piedi, per evitare che le retrazioni peggiorino, controllo la respirazione, eventuali arrossamenti cutanei a rischio di piaghe da decubito, lo "muovo" passivamente per quanto è possibile e tengo sotto controllo eventuali ulteriori complicazioni». Per Giuseppe, Sergio, Virginio, Germana, Gianni e per tanti altri uomini e donne condannati a una vita tra le pareti domestiche, da anni immobilizzati a letto o su una sedia a rotelle, Romualdo Carini è il fisioterapista di riferimento. Due, tre volte la settimana va a casa loro a fare "riabilitazione domiciliare", perché recuperino e mantengano il più possibile una condizione di vita che sia accettabile anche per la loro famiglia. Romualdo Carini è un professionista della salute che svolge interventi di prevenzione, La fisioterapia come riabilitazione domiciliare conversazione con Romualdo Carini Un vestito che si logora è il corpo. Joseph Joubert cura e riabilitazione, ma è anche un amico, un sostegno, un punto di riferimento. Laurea in Pedagogia all'Università Cattolica del Sacro Cuore a Milano negli anni settanta, Carini è uno dei fondatori del periodico di settore «Riabilitazione Oggi», di cui è direttore responsabile da diciotto anni, di Riabilitazione Oggi Corsi e Convegni, e del Centro di Scienze Sanitarie, una società che organizza attività e aggiornamento professionale e formazione permanente per operatori nel campo della riabilitazione e dell'educazione continua in medicina.

Signor Carini, quando ha iniziato a impegnarsi nel mondo dei disabili e a interessarsi alla fisioterapia?
Come volontario, praticamente da ragazzo. Professionalmente, più di trentasette anni fa, dal 1974, quando mi sono diplomato "terapista della Riabilitazione" (ora fisioterapista) all'ospedale Niguarda di Milano con il professor Boccardi.

Quando ha intrapreso la sua avventura editoriale?
Nel 1984. Con altri tre colleghi fisioterapisti ho fondato due società: una piccola casa editrice con cui ho cominciato a pubblicare la rivista, e un'agenzia formativa per organizzare corsi di aggiornamento professionale per il nostro settore. Tutto è iniziato quasi per gioco, per promuovere lo scambio di esperienze fra colleghi. Immaginavamo di fallire da un mese all'altro e invece la rivista e il Centro di formazione sono diventati un marchio di settore e una vetrina non da poco. «Riabilitazione Oggi» è un mensile indipendente di nicchia, che pubblica articoli e rubriche di carattere tecnico-scientifico, professionale, sindacale sul mondo della riabilitazione, distribuito su tutto il territorio nazionale in circa 25.000 copie. La sua è un'invidiabile formazione teorico- pratica. Sì, credo di aver accumulato una certa esperienza in tanti anni di riabilitazione domiciliare. Collaboro, poi, come libero professionista, con la Fondazione Don Carlo Gnocchi di Milano, che gestisce da anni questo servizio sul territorio. Siamo più di 80 fisioterapisti e seguiamo circa 3.500 pazienti a domicilio. Io ne ho in carico tra i 25 e i 30 che seguo ciclicamente e faccio dai 30 ai 35 trattamenti alla settimana. Ci sono alcuni pazienti che seguo da quasi trent'anni, sono quelli affetti da una patologia progressiva: ho praticamente trascorso un pezzo della mia vita insieme a loro, posso dire che siamo cresciuti e invecchiati insieme. Quando ho conosciuto Gianni, di cui le parlavo poco fa, lui aveva 23 anni e io 36. Pazienti che ai tempi camminavano. Poi la sclerosi multipla, il Parkinson, l'Atassia di Friedreich, l'artrite reumatoide e gli anni che passano li hanno quasi completamente bloccati.

Tra i suoi pazienti sono più numerosi gli uomini o le donne?
Al momento sono metà e metà, anche se forse, ciclicamente, le donne sono più numerose.

Perché sono più longeve?
Anche. Poi perché tra le donne sono molto più diffuse certe patologie invalidanti rispetto agli uomini, come per esempio l'artrosi e l'artrite reumatoide. Dopo una certa età, inoltre, sono predisposte all'osteoporosi, che determina fragilità ossea con conseguente rischio di fratture. Ho avuto e ho la mano che cura 58 anche diverse pazienti con la sclerosi multipla. Un'altra patologia che mi capita ogni tanto di prendere in carico, particolarmente "pesante" in tutti i sensi, equamente distribuita fra uomini e donne, è la sla, la Sclerosi Laterale Amiotrofica, oggi abbastanza conosciuta perché ha colpito alcuni calciatori famosi. La sla prosciuga il paziente poco alla volta, lasciandolo lucido fino alla fine: la tragedia è che si rende conto del proprio stato. Io ne ho seguito uno anni fa – Mario – e il mio intervento con lui è stato in pratica un "accompagnamento alla morte". Avevamo entrambi quarant'anni, idee e interessi abbastanza comuni, ci sentivamo amici. Negli ultimi giorni di vita, ormai completamente paralizzato, eravamo arrivati al punto di comunicare con gli occhi: io elencavo le lettere dell'alfabeto: a, b, c, eccetera, e quando arrivavo a quella giusta lui sbatteva le palpebre. Con questo sistema costruivamo insieme parole e interi discorsi. Riuscivamo a "parlare" così anche di calcio. Nel giro di due anni se n'è andato.

Qual è la parte più importante del lavoro?
Il mio intervento è di carattere sanitario: devo seguire prima di tutto il "Progetto riabilitativo individuale" messo a punto dal medico, che comprende esercizi, insegnamento di nuove strategie motorie, suggerimenti per migliorare l'ambiente domestico così da permettere al paziente una maggiore autonomia e mantenere la migliore qualità di vita in rapporto alle sue condizioni. Ma ritengo terapeutico anche il rapporto di empatia che riesco a instaurare con il paziente e la sua famiglia, così il mio intervento spesso va al di là della "mano che cura" anche se, ovviamente, le mani sono uno strumento importante che ogni fisioterapista usa secondo un proprio stile e proprie attitudini, un proprio "sapere, saper fare e saper essere". Pur mantenendo il mio ruolo professionale – e dev'essere così, perché bisogna stare attenti a non farsi coinvolgere troppo emotivamente da certe situazioni – cerco sempre di stabilire un rapporto cordiale, un'amicizia con i miei pazienti. Ad alcuni di loro ho fatto persino da testimone di nozze; altri mi confidano cose che che non direbbero neppure al marito, alla moglie o ai figli. Una relazione che però si realizza in gran parte attraverso l'uso della mano. Ecco, questa è effettivamente una cosa importante. Molto più dei medici, noi fisioterapisti usiamo la mano. E bisogna imparare a farlo bene. La mano, nel primo contatto, nel saluto al malato, è davvero importante. Stringe, fa resistenza, spinge, solleva, ma nello stesso tempo accompagna, suggerisce, gratifica, accarezza. Prendere fra le proprie mani, in un certo modo, un braccio o una gamba, o applicare una certa resistenza a un dato movimento del paziente, guidarlo a riprovare un gesto perduto, sostenerlo mentre prova a camminare, provocare le sue reazioni di equilibrio dandogli delle leggere spinte alla schiena, può diventare qualcosa di più di un esercizio fisico: un tocco terapeutico.

Qual era invece il suo rapporto con i pazienti ospedalizzati?
Ottimo, direi. Pur nel rispetto reciproco – davo sempre del "lei" – li chiamavo per nome, per esempio Mario. Peccato che quello che per me era Mario, per l'infermiere era il signor Rossi, per il medico era il numero 32 della camera numero 5. A volte ci trovavamo tutti insieme per discutere del caso e pri- 59 la fisioterapia come riabilitazione domiciliare ma di capire di chi stavamo parlando passavano cinque minuti. C'era non solo una difficoltà di comunicazione tra noi terapeuti, ma anche nell'approccio al paziente.

C'è un caso particolare di cui può parlarci?
Per un po' di tempo ho seguito uno psicopatico, tormentato da voci: era friulano e si chiamava Gabrio. Gabrio era stato ricoverato alla clinica San Carlo perché al suo paese, dopo aver tentato il suicidio, lo avevano talmente riempito di psicofarmaci da restare quasi paralizzato. Certo, non era di facile gestione, ma io avevo con lui un buon rapporto. Lo stavano disintossicando e io, da parte mia, gli facevo recuperare una certa motricità. Un pomeriggio entro nella sua stanza e trovo il letto vuoto: Gabrio aveva tentato il suicidio. In quel momento ho capito che si era servito di me per poter recuperare quei movimenti che gli permettessero di salire sul letto, aprire la finestra e buttarsi giù.

Come ci si difende psicologicamente da situazioni di questo genere, dal vivere insieme all'altro il suo deperimento organico, mentale, motorio?
So fino a quale punto posso lasciarmi coinvolgere emotivamente e a che punto devo fermarmi. Cerco però di coinvolgere ognuno dei miei pazienti in brevi chiacchierate, di discutere magari con loro di calcio. Spesso sono l'unica persona a portare in casa loro il mondo esterno. Un mestiere che richiede molta pazienza. La pazienza è una virtù indispensabile, direi uno strumento di lavoro. Se non ce l'hai, ottieni ben poco. A volte per arrivare anche solo a piccoli risultati occorrono tempi lunghi, è necessario provare e riprovare, insistere, incoraggiare. Non bisogna mai perdere la pazienza, perché corri il rischio di demoralizzare chi stai curando, di fargli pensare, in questo modo, che non potrà mai farcela. E per essere sereni quando si decidono gli atti terapeutici, si deve essere razionali e distaccati, che non vuol dire indifferenti o insensibili.

Le capita mai di avere delle soddisfazioni?
Sì, quando riesco a ottenere un miglioramento non previsto. Piccole cose che però per il paziente, per la famiglia, sono grandi. Quando un uomo anziano che, invece di farsi mettere a letto dalla moglie, che magari non si sente bene e ha 75-80 anni come lui, riesce ad afferrarsi alla spalliera e a stendersi da solo. Questo è un progresso, un risultato enorme anche se può sembrare una sciocchezza.

Da dove scaturiscono questi piccoli-grandi passi?
Nella mia esperienza a domicilio riesco a ottenere risultati migliori in chi, in gioventù, è stato uno sportivo. Perché è abituato alla gara, alla competizione, alla disciplina. Sono persone di grande volontà che ritrovano la vecchia grinta nel momento della sofferenza, della malattia. Certo, il fisioterapista deve fare la sua parte, sdrammatizzare la situazione, rassicurare, trasmettere fiducia. Se mi vedessero svogliato, rassegnato, si scoraggerebbero, penserebbero che ormai non ci sia più niente da fare. Lei che è laureato in pedagogia, ha deciso, in controtendenza, di "lavorare con le mani". Come le dicevo, a vent'anni facevo già il volontario. Ero iscritto a Pedagogia alla Cattolica di Milano, insegnavo a scuola al la mano che cura 60 mattino e il pomeriggio frequentavo il corso per terapisti della Riabilitazione al Niguarda. Mi sono laureato e diplomato nel 1974. Per qualche anno ho tenuto ancora "il piede in due scarpe", poi mi sono accorto che non facevo bene né l'insegnante né il fisioterapista, e tra i due lavori ho scelto quello più adatto alle mie attitudini e ai miei interessi culturali.

C'è stata un'evoluzione nel suo mestiere?
Enorme. In Italia si è cominciato a parlare di fisioterapia e di riabilitazione più o meno intorno agli anni cinquanta. La fisioterapia è solo uno "strumento" della riabilitazione, la quale ha collegamenti sempre più stretti con altre branche della medicina, in ambito neurofisiologico, psicologico, linguistico. Di pari passo c'è stata un'evoluzione nel mestiere tanto che oggi la Fisioterapia è un corso di laurea triennale a cui può seguire un biennio di specializzazione. Abbiamo anche un codice deon - tologico, elaborato dall'Associazione italiana fisioterapisti.

Quali sono i campi d'intervento?
Interveniamo in vari settori della medicina. Non si deve pensare solo all'ortopedia, alla traumatologia, alla neurologia, alla reumatologia, ma anche alla cardiologia, alla pneumologia, alla geriatria, alle patologie di carattere interno, all'urologia. E in tutte le fasce d'età: dal bambino all'anziano.

C'è chi si improvvisa fisioterapista?
Eccome. Quella dell'abusivismo è una vera e propria piaga del nostro settore. Dati recenti indicano che su tre fisioterapisti "dichiarati", almeno due non sono in possesso dei requisiti richiesti dalla legge per esercitare la professione. Poi ci sono gli autodidatti, quelli che fanno magari gli impiegati, i postini, gli elettricisti, gli idraulici, e per arrotondare lo stipendio si propongono come fisioterapisti dopo aver frequentato brevi corsi privati. Oggi circolano anche dei cosiddetti fisioterapisti che hanno seguito corsi per corrispondenza e non sanno nemmeno cosa sia un muscolo.

Come ci si può difendere da operatori non qualificati?
Rivolgendosi, per esempio, al proprio medico di fiducia che può consigliare un terapista autorizzato, o chiedendo informazioni alle asl. E nulla vieta che il paziente chieda al professionista informazioni sulla sua qualifica. Se poi si richiede il rimborso assicurativo, questo verrà negato se le prestazioni non sono state effettuate da personale autorizzato. Le assicurazioni, insieme alla fattura, richiedono sempre anche l'attestato di qualifica professionale di chi le ha eseguite. Un settore che mi pare un campo minato. Credo che una volta istituito l'ordine, inizierà l'opera, diciamo così, di "bonifica" del settore. Ci sarà tolleranza zero nei confronti degli abusivi.

Trova mai il tempo per mantenersi in forma?
Faccio un po' di stretching sotto le coperte prima di alzarmi al mattino, per non avere impreviste contratture. La conosce, vero, la storiellina del ciabattino che va in giro con le scarpe rotte?

"Un vestito che si logora è il corpo."
Joseph Joubert

Articolo tratto dal libro La mano che cura - Dialoghi con i maestri del benessere

conversazione con Romualdo Carini


Torna su

In primo piano

Fiere

HEALTH & BEAUTY -4^ ed.- SAN MARINO, 19 e 20 NOVEMBRE
HEALTH & BEAUTY -4^ ed.- SAN MARINO, 19 e 20 NOVEMBRE
La Fiera Internazionale della Salute e della Bellezza Naturale
Dopo il successo della scorsa edizione, torna a San Marino Health & Beauty...

TISANA a Malpensa Fiere - 25-27 novembre 2016 BUSTO ARSIZIO (VA)
TISANA a Malpensa Fiere - 25-27 novembre 2016 BUSTO ARSIZIO (VA)
fiera del benessere olistico, della medicina naturale e del vivere etico
          &nbs...

Vedi tutte le Fiere

sponsor example


Novità

Articoli

Sistema VegAnic - Dott. Michele Riefoli
Sistema VegAnic - Dott. Michele Riefoli
Melissa Mattiussi
E’ in arrivo un nuovo incredibile viaggio formativo ch ...

Libri

ROB CORDLESS
ROB CORDLESS
Storia di un uomo alla scoperta del proprio IO
Alessandro Cussino
Conversazioni nella Quiete
Conversazioni nella Quiete
Un viaggio nel cuore dell'essere
Mike Boxhall

Vedi tutti i Libri


> Registrati | Hai dimenticato la password?