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La fisioterapia e la psiche: quando il corpo somatizza

La fisioterapia e la psiche: quando il corpo somatizza

Articolo tratto dal libro La mano che cura - Conversazione con Massimo Magalini
"Non c’è buona libertà delle spalle se non c’è libertà del diaframma."
Françoise Mèziéres

 

A Bassano del Grappa la vita scorre secondo ritmi naturali, segnata dal fluire lento del fiume Brenta e dalle Prealpi vicentine che si stagliano in lontananza: un panorama che di per sé è già una terapia. Gli orrori della Grande Guerra e della lotta partigiana che si sono combattute in questa terra sono ricordi lontani. Oggi Bassano è la città preferita da molti professionisti della mano che qui trovano la serenità per dedicarsi allo studio e alla pratica che li appassiona. Uno di questi è Massimo Magalini, fisioterapista, osteopata con il pallino della psicologia, docente al master universitario di Fisioterapia applicata allo sport presso l'Università di Siena, il primo del genere in Italia.
Per Magalini, «la salute psicofisica non è solo il bene più prezioso, non è solo l'assenza di malattie, ma è il pilastro della nostra esistenza. E il mio obiettivo è ripristinare l'equilibrio del "sistema salute" con interventi manuali mirati e tecnologie avanzatissime ».
Il suo studio è infatti fornito di apparecchiature tali che sembra di essere in un centro aerospaziale a Houston o a Cape Canaveral invece che a San Lazzaro, frazione di Bassano. Come l'Alter G – l'Anti-Gravity Treadmill–un macchinario sviluppato nei laboratori della nasa su idea del dottor Robert Whalen che lo aveva concepito per rendere più efficace l'allenamento fisico-neurologico degli astronauti e che è stato poi messo a punto da un'azienda privata americana per la sua commercializzazione.
L'Alter G è un sistema unico al mondo dotato di una camera d'aria pressurizzata al cui interno il paziente può correre e camminare a diverse velocità su un rullo mobile. All'interno dell'Alter G, la pressurizzazione permette di regolare la forza di gravità e di alleggerire il peso del paziente fino all'ottanta per cento, favorendo il recupero dellefratture, delle tendiniti, delle fasciti plantari, dei traumi alla colonna vertebrale, ma anche del tono muscolare, delle lombosciatalgie. E di fare un allenamento cardiovascolare senza caricare sulle articolazioni. Da uno così ci si sarebbe aspettata anche una laurea in Medicina. «È stata una questione di scelte», dice Magalini. «A metà degli anni ottanta c'erano molti quarantenni con tanto di specializzazione in tasca che dovevano rassegnarsi a coprire il servizio notturno e festivo di guardia medica oppure c'era chi avrebbe voluto fare il pediatra o l'oculista e doveva adattarsi a fare un lavoro completamente diverso, per esempio, prestare servizio al Pronto Soccorso. Cosa che avevo riscontrato personalmente quando facevo il volontario "soccorritore". Di fatto non volevo fare il medico, tantomeno il chirurgo. È finita che ho optato per l'osteopatia».

 

Nel 1994, già fisioterapista e a un anno dal diploma in Osteopatia, lei apre un piccolo studio in centro a Bassano.

Da allora al 2002 ho lavorato nel medesimo ambulatorio che ho, via via, ampliato. Poi mi sono trasferito in un ambiente più grande e ho assunto quattro fisioterapisti a tempo parziale, ognuno esperto in un settore diverso. Nel 2007 ho ingrandito la struttura aggiungendo un piano dove ho portato la risonanza magnetica e altri macchinari, ho ingrandito la palestra riabilitativa, raddoppiato docce e spogliatoi. A quel punto, con i colleghi dello studio, ho cominciato a occuparmi di idoneità nel campo della medicina sportiva come richiesto dalla normativa regionale, con l'intervento di un medico dello sport e di un cardiologo; a fare la spirometria – il test per valutare la funzionalità polmonare – e altre analisi. Un po' alla volta, cresciuto il reparto della fisioterapia e dell'ortopedia, ho aggiunto la reumatologia e anche la cardiologia ha preso forma. Abbiamo poi costituito un'associazione che si occupa del programma di formazione per medici di base e iniziato un lavoro di screening su duemila ragazzi di quinta elementare e della scuola media inferiore per controllare eventuali scoliosi. Facciamo esami di spinometria – l'analisi di superficie della colonna – visita oculistica, posturale, occlusale – cioè del morso – e dentistica, per prevenire o scoprire anche possibili carie: una medicina scolastica specialistica a costo zero. Mi avvalgo anche di tre collaboratori che seguono l'amministrazione, i rapporti con i pazienti, le relazioni esterne, il sito internet e il settore video.

 

Di quanti professionisti è composto oggi lo studio?

Siamo un gruppo di trentacinque professionisti tra cui: cinque ortopedici – uno che si occupa del ginocchio, uno di caviglie e piede, uno della spalla e un chirurgo vertebrale, e due di questi sono protesisti e operano l'anca, in più c'è uno specialista in ortopedia pediatrica. Si aggiungono poi dieci fisioterapisti, di cui quattro anche osteopati, che sono un po' il cuore del centro.

 

 

Siete davvero in tanti.

Non è che tutti facciano tutto, siamo divisi a comparti, ma abbiamo comunque una visione d'insieme, perché usiamo la medesima cartella clinica, e chi fa la valutazione iniziale – e spesso sono io – imposta le linee guida della terapia che sarà eseguita al massimo da due operatori: di solito uno per la parte strumentale e antalgica, la terapia del dolore – laser, infiltrazioni o agopuntura – e uno per quella manuale, per mobilizzare per esempio vertebre, fasci muscolari, articolazioni e visceri. Nell'interesse del paziente cerchiamo di cambiare meno personale possibile, così che ognuno riceva trattamenti finalizzati: da noi usiamo i protocolli solo come riferimento ma di fatto cerchiamo sempre di fare un "vestito su misura".

 

E lei, di cosa si occupa principalmente?

Mi è sempre interessata soprattutto la colonna vertebrale e i suoi problemi legati al morso e alla postura. Nonostante le metodiche siano tantissime, non ne ho sposata nemmeno una perché tutte, a proprio modo, sono valide e anche perché credo nel lavoro di gruppo. Siamo noi operatori a doverci adattare al paziente più che il paziente adattarsi a una certa scuola di pensiero.

 

Quanto tempo dura in media un ciclo di cure?

Dipende dal problema, dall'età e anche dalle possibilità economiche del paziente, non ultimo se ha un'assicurazione. In questo caso farà volentieri un intero ciclo di sedute e magari qualcuna in più, mentre chi ha dei problemi economici cerca di ridurne il numero. Naturalmente ci sentiamo in dovere di risolvere la sofferenza nel minor numero di incontri possibile: non siamo una bottega e non vendiamo niente.

 

Il suo è un rapporto quasi affettuoso con il paziente.

L'empatia è importante. Il paziente spiega il suo problema, lo analizziamo insieme, poi noi proponiamo quanto è necessario fare e chiediamo se ritiene di servirsi del nostro studio o di andare altrove, perché ci piace che si crei una sintonia con l'operatore. Abbiamo pazienti che tornano ciclicamente per terapie di mantenimento, per migliorare il loro stato di benessere, o perché desiderano fare prevenzione e cure anti- invecchiamento. È risaputo che con il passare degli anni si perde un po' di muscolatura, di coordinazione e di equilibrio, che il sistema ormonale si indebolisce e che la memoria comincia a fare cilecca. A questo fine, oltre ai trattamenti manuali, ci affidiamo ad apparecchiature speciali.

 

Perché la terapia manuale è così importante?

Perché è una forma di comunicazione. Toccare il paziente è sempre un gesto particolare: cambia da persona a persona – dipende se è grassa o magra, se è robusta, se è particolarmente sensibile – tenendo presente che a volte bastano piccoli stimoli per avere reazioni importanti. C'è per esempio il paziente che ha bisogno di iniziare con un trattamento energico anche se questo gli darà pochi stimoli, magari solo momentanei, per arrivare alle finezze nelle sedute successive, quando sarà pronto per un percorso di crescita personale.

 

Intende dire che molti dolori hanno a che fare con la psiche?

Prendiamo la schiena: non la vediamo, non ce la tocchiamo mai, però è una sede importante di somatizzazioni, per non parlare della postura che di per sé è già una forma di comunicazione. Capita spesso di vedere ragazzi che stanno curvi. In questi casi, alla prima visita si appura se esiste una predisposizione familiare, se anche il padre abbia il medesimo portamento, poi si indaga se il ragazzo nasconda qualche sofferenza. Non sempre è un problema posturale, può essere legato all'intestino – che è avvolto dal peritoneo il quale si inserisce a livello della terza vertebra lombare – che non si regge da solo ma è sostenuto dalla schiena. Questo vuol dire per esempio che è poco proficuo trattare la sintomatologia della colonna in chi è sovrappeso, se non cambia stile di vita, alimentazione, non fa attività fisica.

 

Se ne accorge anche dal tipo di reazione che ha il paziente?

Il fatto che toccando un paziente anche solo con due dita su un certo punto della schiena, questi si metta a piangere – e magari si tratta di un professionista cinquantenne e pure affermato – indica che il dolore non è di tipo meccanico, ma di origine emotiva. Entrando nel campo della psicosomatica, aggiungerei che la schiena duole spesso nel punto centrale in corrispondenza del cuore, dove la saggezza popolare vuole che si sia ricevuta una metaforica pugnalata.

 

Il paziente parla, si confida molto?

Alcuni non riescono proprio a rimanere in silenzio e sono rari quelli che si addormentano nonostante lo stato di rilassamento. È strano come, dopo aver fatto un'anamnesi professionale ed esauriente, quando arriva il momento della terapia manuale il paziente ci dia delle informazioni che prima aveva taciuto, che faccia delle confidenze decisamente intime in relazione alla sua persona o alla sua sfera familiare. Sembra quasi che solo appoggiando la mano sulla schiena e su certe altre zone del corpo, si apra una breccia, come se la psiche vi avesse incapsulato qualcosa che emerge solo grazie al tocco. Tutto questo per dire che l'operatore deve adattarsi alle esigenze del paziente e, ove necessario, avere il coraggio di cambiare, in corso di terapia, l'approccio iniziale.

 

Dalle osservazioni che fa, sembra che sia proprio innamorato del suo lavoro.

Mi piace perché mi piacciono le persone. Tra i miei studi ho fatto anche Psicologia – mi mancano quattro esami alla laurea, che forse non prenderò mai – e continuo a fare corsi di approfondimento e di aggiornamento in tema di somatizzazione corporea, comunicazione e dinamiche di gruppo. Ammettiamo che un paziente arrivi con un problema muscolare: questo potrebbe essere l'ultimo anello di una catena di problemi, la punta dell'iceberg, e potrebbe risalire a uno stato di stress: difficoltà professionali, economiche, sentimentali – persone serene ne vediamo poche. Quelli, poi, che sono più disgraziati nella vita hanno maggiori sofferenze sul piano fisico. Non sarà una verità scientifica assoluta, ma certo è che il mio studio è pieno di gente che assomma a problemi di varia natura, dolori alla cervicale o alla schiena, gastriti, mal di testa, disturbi alla vista, acufeni di cui è sempre molto difficile trovare la causa.

 

Non è compito suo risolvere questi problemi.

È vero, ma spesso dobbiamo pensarci noi a risolverli. Perché quando si ha un dolore, in prima battuta si pensa che il problema sia meccanico e di sicuro non si va dall'analista. In questi casi, quando consiglio di fare una chiacchierata con lo psicoterapeuta, rischio di passare per quello che non sa dare le risposte giuste, mentre magari ho rilevato che il paziente sta somatizzando un vecchio problema. A chi si rivolge a te con fiducia devi volere un po' di bene, diversamente, se non sei in sintonia con lui, non riesci a curarlo.

 

Al di là dell'essere fisioterapista e osteopata, qual è stato il suo percorso professionale?

È una lunga storia. Ho studiato ragioneria e mentre andavo a scuola lavoravo, spinto dal mio desiderio di libertà, di autonomia. Ero poi deciso a iscrivermi a Giurisprudenza, ma nel frattempo, a diciotto anni, ho fatto un seminario per soccorritori per superare certe mie paure. Mi è piaciuto moltissimo, così ho fatto il volontario al Pronto Soccorso e là, in ospedale, ho avuto l'opportunità di osservare come lavoravano i fisioterapisti. La cosa mi era piaciuta, anche perché ho visto che erano tanti i settori di intervento: l'infanzia, la neurologia, la terza età, l'ortopedia, lo sport. Tre anni dopo ero diplomato in Fisioterapia con una tesi sulla lombalgia, disturbo di cui soffrivo. Poi ho lavorato in un reparto d'ospedale, per una squadra locale di basket e in un poliambulatorio. Dopo il diploma in Osteopatia sono arrivato quasi a laurearmi in Psicologia, come dicevo poco fa, anche perché mi è sempre interessato l'uomo, il paziente in tutti i suoi aspetti, non solo per i suoi muscoli, i suoi arti, le articolazioni, le patologie, gli esami che mi porta a far vedere.

 

Fino ad arrivare al poliambulatorio attuale.

Appunto. È un centro dedicato alla salute dove, come le dicevo, si fanno prevenzione, diagnosi, terapie e riabilitazione, dove la medicina ufficiale si interseca con quella complementare nell'interesse del paziente. Cerchiamo di svolgere un lavoro di gruppo, di essere coerenti e onesti. I fisioterapisti non hanno alcuna molla economica nello scegliere un metodo di cura invece che un altro. Cerchiamo anche di trattare il paziente con molto tatto, in particolare quando dobbiamo rimediare a certi atteggiamenti da carpentieri di alcuni ortopedici che spesso pensano di avere davanti non una persona, ma arti che vivono di vita propria: un'anca, una tibia, un femore affetto da osteoporosi. Non si rendono conto che il paziente vuole avere delle informazioni, sapere per esempio per quanto tempo non potrà caricare il peso del corpo sulla gamba, o non potrà guidare, o quanto dolore sentirà dopo l'operazione.

 

La domanda potrebbe apparire indelicata, ma ha delle preferenze per certe categorie di pazienti?

Per gli anziani, che sono saggi e spontanei, e i malati terminali che, giocoforza, hanno capito tutto della vita. Lavorare con loro è molto arricchente sul piano umano, spirituale. Con tanti giovani, invece, non si riesce a comunicare, e glielo dice uno che ha quattro figli.

 

Cos'è per lei la mano?

A livello teorico mi dice poco, però ho il difetto di toccare tutti, di salutare tutti con una pacca sulle spalle. Un motivo ci sarà. Ha mai avuto pazienti famosi? Sì, bomber della nazionale di calcio, stelle del pattinaggio, dello sci e dell'atletica. C'è anche qualche industriale, ma preferisco mantenere la riservatezza.

Conversazione con Massimo Magalini


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